mercoledì 24 agosto 2016

Mangiare sano: cosa significa veramente

Sempre più persone decidono di iniziare a mangiare sano, chi per moda (rischiando anche di prendere filoni “social” che di sano hanno ben poco), chi per scelta consapevole.
Innanzitutto, cosa significa “mangiare sano”? E soprattutto, rispetto a che cosa?  È davvero così dispendioso fare scelte mirate per preservare e promuovere la salute? Mangiare sano è costoso? Tanti lo pensano, molti lo esprimono e alcuni la utilizzano come “giustificazione” per fare scelte discutibili.
Appellarsi alle definizioni spesso risulta fuorviante. Esiste il cibo sano? No. Esistono le persone sane, determinate dalle loro scelte, abitudini e comportamenti (oltre che, come sappiamo, da variabili al di fuori del nostro controllo), e l’approccio sano all’alimentazione: il cibo può essere più o meno nutriente. Ricordando che il termine salute non implica solo l’aspetto fisico, ma anche l’aspetto psicologico, dunque ottimizzarla prevede anche il vivere con serenità le proprie scelte.
La selezione degli alimenti è uno dei primi passaggi per coloro che aspirano a fare un passo in direzione di un miglioramento della propria dieta (intesa come stile di vita). Scegliere vuol dire conoscere per valutare che rotta prendere in base ad una serie di percorsi.
L’industria non aiuta. Il marketing “crea” bisogni e necessità nella testa dell’acquirente, che si convince che determinati alimenti siano insostituibili e indispensabili nell’ottica di un’alimentazione sana. Bacche di goji, semi di lino, riso venere, amaranto, quinoa, kamut… Partendo dal presupposto che nessun alimento è INDISPENSABILE per la nostra salute e la nostra dieta, molte persone hanno la convinzione che senza inserire tali alimenti nella propria quotidianità implichi il mangiare “meno bene” rispetto ad altri, ed è per questo che poi si radica la convinzione che mangiare sano “costa caro”. Per non parlare della questione “biologico”, su cui ci sarebbe di cui discutere.


Mangiare sano implica inoltre non solo la scelta della materia prima, ma anche le modalità di cottura, la varietà degli ingredienti, il rispetto della stagionalità.
Inoltre non implica “mangiare perfetto”, anche perché la perfezione nell’alimentazione non esiste, e anche se esistesse non sarebbe certezza di prevenzione delle patologie (in quanto influisce solo in parte nell’esacerbarle, e questo è bene tenerlo sempre in mente). Esiste il mangiare “il meglio possibile”, quindi se si parte da un’alimentazione scriteriata e mal assortita, qualsiasi consapevole passo verso un miglioramento della propria gestione alimentare sarà positivo, senza necessariamente mirare troppo in alto. Dunque non è funzionale avere in mente una netta linea di demarcazione tra il mangiare sano e il non farlo, ma contemplare questo dualismo piuttosto nell’ottica di un continuum che preveda due opposti (entrambi probabilmente poco positivi) su cui potersi collocare senza vedere o bianco o nero.
L’ottica giusta dovrebbe essere “fare del proprio meglio, consapevolmente, senza farne una malattia”.
Di certo “mangiare sano” può prevedere una spesa maggiore in termini di tempo anche se, perfino da quel punto di vista, con un po’ di consapevolezza e di organizzazione sostenute da un briciolo di motivazione, ognuno può imparare ad autogestirsi nel migliore dei modi senza “rubare” troppo tempo alle proprie giornate. In ottica preventiva, anche se mangiare sano costasse di più, potrebbe essere visto come un “investimento” per il futuro.
Esiste uno stile alimentare (o scelta, intesa come alimentazione onnivora, vegana, vegetariana con tutte le sfumature del caso) “più sano” degli altri? Ad oggi, no. Può esistere il “più sano” per l’individuo, in base a intolleranze, patologie, reazioni del corpo o scelte di vita. Può esserci il “meglio” SECONDO ME, rispetto ad una scelta etica, ma non esiste un “più sano” di default. Una valutazione improntata alla salute ha come base il rispettare le necessità e le richieste del proprio organismo con responsabilità.
Tutto questo per dire che…? Che mangiare sano non può avere una definizione univoca o una pianificazione universale e NON costa di più. E soprattutto, mangiare sano non è un diktat o un’etichetta, è una fluida scelta quotidiana, che comporta consapevolezza e flessibilità. Ognuno deve essere artefice e promotore del proprio benessere senza lasciarsi demotivare da credenze poco realistiche e dettate dalla società o da coloro che “vendono” salute.

Il mio articolo per: Ironmanager

Scienza vs Quotidianità: Imparare a comprendere per riuscire ad applicare

Esiste la scienza, ed esiste il suo riflesso nella quotidianità. Esistono i principi della nutrizione ed esiste la loro applicabilità sulla persona. La scienza ha lo scopo di migliorare la nostra vita disegnando i confini nei quali è ritenuto utile mantenersi al fine di vivere una vita in salute il più possibile. Non ha lo scopo di porre rigidità, quanto più elasticità di scelta in base ad una serie di differenti possibilità, all’interno di principi generali. Non dichiara cosa è sicuramente meglio, ma afferma cosa ha più probabilità di apportare benefici e cosa ha più probabilità di nuocere, ma all’interno di questi due estremi si sviluppa un range ampissimo di variabilità, che modella non solo cosa è meglio in generale, ma cosa può essere meglio PER IL SINGOLO, in base appunto all’applicabilità nella propria vita. 
Spesso rimaniamo esterrefatti da dissertazioni scientifiche che scardinano credenze e preconcetti che abbiamo mantenuto nella mente per anni, e questo porta a vacillare, a cercare di comprendere chi ha ragione. Partendo dal presupposto che spesso determinate credenze si incasellano nella testa in base a “sentito dire”, è bene sempre cercare di capire se la fonte ha credibilità. Appurato questo, cerchiamo di comprendere a 360° quello che viene esposto, non parzializzando l’informazione o filtrandola in base alle nostre necessità cognitive, focalizzandosi solo su alcuni punti.
Se ad esempio ci viene detto che abbinando due alimenti si possono avere problemi digestivi, il messaggio non è “è vietato abbinare quei due cibi” ma che in alcuni soggetti sensibili è stata riscontrata difficoltà digestiva, e che se non abbiamo mai avuto problemi di sorta, è inutile iniziare a crearseli. Se ci viene detto che fare sei pasti al giorno non è essenziale, questo non implica che sbagliamo a farli, ma semplicemente che sarebbe controproducente imporsi di farli, dal momento che a parità di introito a livello giornaliero non si hanno significativi cambiamenti.
Avere una mente flessibile vuol dire saper applicare i principi che apprendiamo alla nostra quotidianità. Se facciamo determinate scelte alimentari (riguardo al numero dei pasti, all’abbinamento tra gli alimenti, alla selezione dei cibi) chiediamoci la motivazione per cui le facciamo. Se questa motivazione non contrasta con gli amplissimi margini che la scienza definisce, se è determinata da obiettivi propri o da patologie che impongono regole, dal fatto che quella scelta ci porta serenità psicologica senza “soffocarci” e ci evita problemi digestivi, allora quella scelta è quella giusta. Se invece è imposta da regole che siamo convinti (per quale motivo?) siano migliori di altre, ma è frustrante e apporta stress, non è la scelta giusta. Quello che è sbagliato è imporsi di default qualcosa nella convinzione che “sia meglio così”, dal momento in cui qualsiasi regola nutrizionale può tranquillamente essere plasmata in base alle esigenze individuali.
Questo in linea generale. in particolare, poi, è necessario far differenza da chi mangia con la piena CONSAPEVOLEZZA del proprio fabbisogno e di quello che assume (presumibilmente avendo obiettivi sportivi, estetici o di salute), con la possibilità di essere ben più flessibile, e chi mangia “INTUITIVAMENTE”, ovvero ascoltando il proprio corpo. Nel secondo caso ad esempio proporre l’importanza della colazione o la “regola del piatto” (inserire tutti i macronutrienti ad ogni pasto) potrebbe essere funzionale in base al fatto che così si possono evitare deficit/esagerazioni. Proprio perché l’equilibrio deve essere appreso, è necessario che si inizi imparando a calibrare la propria giornata (se la base di partenza è un’alimentazione inconsapevole, squilibrata e confusa), mediante principi semplici, ma non assoluti. Da lì, una volta fatto proprio il concetto di moderazione e variabilità, è possibile imparare ad essere più flessibili, aggiustando il tiro in base alle proprie necessità, anche in base al singolo giorno.
Concludendo, come premesso la scienza della nutrizione si adopera per perfezionare le conoscenze nel tempo, non per imporre linee di demarcazione nette tra quello che si “deve” e “non si deve fare”, ma disegnando ampi e flessibili confini per migliorare la nostra vita, adeguando le varie possibilità alla nostra quotidianità, necessità e sostenibilità psicologica. Infine essendo l’alimentazione un comportamento, dunque mediato da variabili psicologiche, emotive e sociali, è necessario valutare se l’attenzione alle regole alimentari sia limitata o sia sfociata in un’ossessione, e se la presenza di meccanismi disfunzionali in relazione al cibo non denoti una mancanza di equilibrio interiore: in quel caso diventa insufficiente la figura del nutrizionista per spiegare “cosa”, e necessaria la figura di uno psicologo per comprendere insieme “come”, in un percorso di rieducazione all’equilibrio.

Il mio articolo per Studio Trainer Italia

martedì 26 luglio 2016

Il nebuloso universo degli integratori.



Entrando in palestra prima o poi ognuno di noi si imbatte, prima per sentito dire poi per esperienza diretta, nel magico mondo degli integratori. Argomento alquanto discusso, su cui se ne sentono tante. Da chi pensa che le proteine in polvere “facciano dimagrire”, a chi le include erroneamente tra le sostanze dopanti, a chi sostiene che alcuni integratori abbiano degli effetti miracolosi, a chi crede che abbiano magici poteri ipertrofizzanti. Le dicerie sono tante, e questa non sarà in alcun modo una delle tante dissertazioni su quali e quanto possano avere una finalità concreta, dal momento che a parer mio, in questo campo, tutto può essere utile ma niente è indispensabile: questo vuole solo essere uno spunto di riflessione ed un monito, per capire anche quali siano i possibili effetti negativi sulla mente in cui ci si può imbattere se le nostre convinzioni non combaciano con la realtà. L’integratore, come dice la parola stessa, è un prodotto che ha la finalità di “integrare” ovvero di completare un’alimentazione che è carente in qualcosa. Nel mondo dello sport ne esistono svariati tipi, ognuno dei quali può avere un senso solo se contestualizzato e ponderato all’interno di un piano strutturato e individualizzato.

Qual è il dilemma?

Qual è il dilemma, quando ci approcciamo a questo complesso e intricato universo? Il problema non è la realtà stessa, quanto le distorsioni che noi facciamo della realtà in base ai nostri “schemi mentali” e alle nostre credenze, che porta al risultato di ottenere anche effetti controproducenti.
È nella mente di molti, in particolare nei giovani che si approcciano al mondo del fitness, la convinzione che l’integratore sia essenziale, che gli effetti (specialmente riguardo alle proteine in polvere) siano quasi miracolosi, o che contribuisca e sia fattore determinante per l’ipertrofia. Questo è ovviamente sostenuto dalle continue campagne di marketing delle aziende che li producono (e li vendono, e ci guadagnano..) che in modo sottile diffondono l’idea che se vai in palestra ma non integri, non sei un vero sport addicted. Il problema di focalizzare l’attenzione in modo esagerato sull’integratore (informandosi su quali siano i migliori, i “più efficaci”, in quale dose, in quale momento del giorno, con quale liquido ecc..) porta a perdere di vista le variabili essenziali su cui strutturare i propri obiettivi, ovvero l’alimentazione e l’allenamento. Il convogliare la propria attenzione su un aspetto superficiale, dilatandone nella propria mente l’importanza, invita a sottostimare e a tralasciare ciò che è davvero importante dunque, oltre ad avere effetti nulli, può avere anche un effetto deleterio, perché nessun piano che si concentri sui “migliori integratori” ma con alimentazione e allenamento “improvvisati” porterà ad un risultato ottenuto mettendo al centro gli aspetti che hanno primaria importanza.
Nel caso di alcuni specifici integratori, ad esempio i multivitaminici, si corre il rischio di incappare nel meccanismo per cui l’utilizzo dello stesso porta ad un “autogiustificare” la carenza sempre più marcata nell’utilizzo di alimenti nutrienti, portando alla svalorizzazione della scelta dei cibi.
Per quanto riguarda gli energizzanti si potrebbe ottenere una conseguenza positiva grazie all’effetto placebo: un integratore che sulla carta promette incremento delle energie può portare, a prescindere dalle reali proprietà, all’esito desiderato, se la persona si convince del beneficio. L’incremento della prestazione dunque non dipenderà solo dal prodotto, ma da quanto la persona che ne fa uso è suggestionabile ad un’idea (questo non vuol dire che essi non abbiano alcun effetto, ma che questo può essere mediato dalla mente di chi li utilizza, e dall’”aspettativa”). Questo ovviamente non può avvenire con le proteine in polvere, perché a parità di prestazione, anche se ci si convince che il muscolo crescerà grazie al loro utilizzo, difficilmente quello si convincerà della stessa cosa, crescendo realmente.

Sovrastimiamo forse il loro “Potere”?

Una conseguenza a mio avviso piuttosto negativa del sovrastimare l’effetto dell’integratore e di “affidargli” determinati oneri è lo spostare il locus of control all’esterno di noi stessi. Il locus of control è il  “luogo” figurato entro cui l’individuo ripone la responsabilità degli eventi: esso può essere interno, esterno o “superiore”. Nell’ottica di un cambiamento o di un comportamento finalizzato a raggiungere un obiettivo se si attribuiscono i risultati, che siano positivi o negativi, a noi stessi, sarà più facile manipolare le variabili sotto il nostro controllo, con consapevolezza e criterio, al fine di aggiustare il tiro. Se invece deleghiamo la responsabilità dei nostri risultati a qualcosa che è esterno a noi (in questo caso un prodotto) si possono verificare due eventi: nel caso di raggiungimento degli obiettivi, la persona potrà essere soddisfatta ma non proverà un incremento dell’autoefficacia; nel caso di fallimento, la persona lo attribuirà al prodotto, rischiando dunque una demoralizzazione che porta a non rimediare i fattori che realmente hanno inficiato sul raggiungimento dei risultati ma alla ricerca di un “prodotto migliore”.
Ultimo, ma non per importanza, l’effetto diretto e negativo che ha l’avvicinarsi senza conoscenze a questo insieme di prodotti a cui porta la credenza del “più ne impiego più ne beneficio” comune a molti, ovvero l’abuso (non necessariamente dannoso ma certamente inutile).
Quindi ciò che è fondamentale capire quando ci si accosta a questa categoria di supplementi è il valutarli per quello che realmente apportano, e non per quello che noi pensiamo o desideriamo che facciano. La coerenza tra l’effetto previsto e l’effetto ottenuto e la consapevolezza nell’utilizzo è necessaria per ottimizzarne il senso all’interno di un piano studiato.
Il mio articolo per Ironmanager

mercoledì 20 luglio 2016

La CARBOFOBIA: una paura dei nostri tempi che può avere alcuni rischi



 Il termine fobia, in psicologia, indica un’irrazionale e persistente paura di un determinato oggetto (situazione, animale, persona) che porta il soggetto a vivere una sensazione di disagio, di autonomia ristretta e di continuo evitamento delle circostanze che potrebbero metterlo a contatto con l’oggetto della fobia (che, nella realtà, non rappresenta reale pericolo).
Per quanto riguarda l’ambito dell’alimentazione, questa infondata paura è spesso espressa nei confronti di determinate classi di alimenti: in questo caso specifico affronteremo la “fobia dei carboidrati” (già da tempo dibattuta in America e denominata “carborexia”), ovvero il categorizzare i cibi ad alto contenuto (in percentuale rispetto agli altri macronutrienti) di carboidrati come “cibi cattivi”, da evitare, per l’immotivata convinzione che facciano ingrassare.
Partendo dal presupposto che non esiste alcun reale motivo per cui tale paura possa essere fondata, dal momento che è appurato che sia l’eccesso calorico, e non una determinata classe di alimenti, a portare ad un accumulo di grasso, è però evidente quanto stiano dilagando “diete di moda” che propongono la quasi eliminazione dei carboidrati al fine di ottenere una perdita di peso nel breve termine. È pacifico che una dieta che porta alla quasi abolizione di un macronutriente che nell’alimentazione media apporta circa il 50% di calorie, nonostante si incrementino (generalmente in maniera inadeguata) i livelli degli altri due, porterà inevitabilmente ad una perdita di peso dovuta al deficit calorico (sebbene poi siano evidenti gli spesso scarsi risultati di tali diete nel mantenimento del peso nel lungo termine, sia per la modalità della perdita del peso che per la sostenibilità del regime). Questo ha portato all’errata convinzione che il carboidrato sia il male, il nemico da evitare per perdere kg.

Non aiutano di certo a sradicare questa convinzione i messaggi lanciati dai media e dall’industria alimentare, i primi diffondendo la cultura della forma perfetta con alimentazioni estreme sponsorizzate da modelle e attrici, la seconda proponendo continuamente alimenti “low carb” alternativi ai classici.
Non di rado avviene anche che alcune persone si auto convincano senza reale riscontro di essere intolleranti al glutine, o addirittura proprio ai carboidrati (intolleranza peraltro inesistente), denunciando sintomi talvolta esasperati, probabilmente causati semplicemente dall’ECCESSO, e questo porta alla più o meno conscia conseguenza di restringere l’assunzione degli alimenti in cui sono presenti. Eliminando quindi i cibi che li contengono, senza compensare adeguatamente con alimenti alternativi, sentendosi per forza di cose “alleggeriti” e notando una perdita di peso, si rinforza dunque l’errata convinzione, confermando la scelta e mantenendola, col rischio di entrare in un circolo vizioso in cui spesso si ha il terrore di reinserire determinati alimenti nella propria quotidianità.
La necessità di voler trovare un capro espiatorio a cui attribuire la “colpa” del proprio sovrappeso è un meccanismo mentale inadeguato, da cui proteggersi, in quanto ogni alimentazione bilanciata che contempla un deficit calorico porta ad una perdita di peso. È vero che all’eliminazione del carboidrati (spesso “fai da te”, dunque con un regime fortemente ipocalorico) consegue nel breve periodo un decremento ponderale (notare bene che non si tratta solo di PERDITA DI GRASSO ma in buona percentuale di liquidi e di massa muscolare). Quello che però bisogna tenere in conto è che l’immediata e repentina perdita di kg porterà inevitabilmente ad uno stallo, e a livello psicologico dunque ad un abbattimento e scoraggiamento atti a determinare l’abbandono della restrizione e un ritorno alle abitudini precedenti (con conseguente aumento di peso).
Dunque, per concludere, nell’approccio alla dieta è necessario SEMPRE ricordare che:
-è bene parlare di “alimenti”, non di “carboidrati” (valutare in primis la qualità e la quantità, non la classe generica);
-Non esistono cibi cattivi e cibi buoni, è semplicemente necessario vivere nell’ottica della moderazione;
-Nessun macronutriente fa ingrassare, è l’eccesso di calorie che porta all’incremento del peso;
-Le scelte drastiche rischiano di avere vita breve, portando dunque ad una inversione di tendenza nell’eccesso opposto, oppure radicandosi in disturbi più complessi;
-A meno di obiettivi sportivi nel breve termine o patologie che necessitano di piani strutturati e limitanti, ha davvero poco senso imporsi alimentazioni troppo selettive.

Il mio articolo per Studio Trainer Italia

venerdì 8 luglio 2016

Passione ed ossessione: il confine tra il benessere ed il malessere, nella vita, nello sport e nell’alimentazione



Esiste una linea sottile, impercettibile ma allo stesso tempo netta, al quale spesso rischiamo di avvicinarci, senza rendercene conto. Un confine che è pericoloso, quanto semplice, superare. Si tratta del limite tra la passione, sentimento pervasivo, coinvolgimento emotivo e forte inclinazione verso un aspetto della propria vita  che provoca piacere, e l’altro lato della medaglia: l’ossessione. Un pensiero fisso, invasivo, che tormenta e non lascia spazio ad altro; una gabbia di cui, una volta varcato l’ingresso, modelliamo e intrecciamo le sbarre giorno dopo giorno, fino a renderle sempre più strette, ad esserne inesorabilmente schiacciati, spesso in modo inconsapevole, spesso assecondati da una società che impone un modello di perfezione di cui rischiamo di divenire schiavi.
Nello sport e nell’alimentazione questa sottile linea definisce il confine tra benessere (ed equilibrio) e malessere. La passione porta a vivere con intensità quello che ci rende felici e a rispecchiarsi in tutti gli altri aspetti della vita, mantenendo però la propria definizione, dilatando i sentimenti positivi e dando un colore alla propria esistenza. Essa disegna il sorriso con cui svegliarsi la mattina, la forza con cui affrontare la giornata, rimanendo però esclusivamente promotrice del benessere, incasellata in determinati spazi della quotidianità, senza straripare divenendo preponderante rispetto al resto. È qualcosa che sentiamo scorrere nelle vene, che definisce una parte di noi, che ci scivola dentro e fuori senza però arrivare a penetrarci e scalfirci come una lama. Il superamento del confine avviene quando, da colonna sonora delle nostre giornate diventa suono che rimbomba nella testa. Un’idea fissa, penetrante, che ci costringe, ci impone di non avere scelta, ci lega ad un dovere, all’ansia di non poter fare in modo diverso. La voglia e la pretesa di essere sempre di più, e la sensazione di essere sempre di meno. E così scatta nella mente l’idea ossessiva ed il terrore di perdere risultati, l’allenarsi meccanico, privandosi della sensazione del piacere, la depressione per aver saltato un’ora di palestra a causa del lavoro, le giornate grigie a causa del fatto che non si potrà effettuare la sessione; il declinare gli inviti a cena, il passare interminabili mattinate in un supermercato alla ricerca degli alimenti “perfetti”, l’osservarsi per ore di fronte ad uno specchio passando alla lente ogni centimetro del corpo per trovare ogni minimo difetto, il conteggio ossessivo delle calorie, con la convinzione e la necessità di controllare ogni singola particella assunta. Il bisogno soffocante di raggiungere una perfezione che non esiste, e che proprio per questo motivo ci incastra in un continuo e ripetitivo percorso di malessere, di disagio. Dunque, vivere la vita in equilibrio implica il mantenersi sulla sponda della possibilità di scelta, della coscienza, della consapevolezza e della serenità, per migliorare se stessi e volare sempre più in alto, e non rischiare di venir incastrati nella prigione creata con le nostre stesse mani. La passione è flessibile apertura alla vita, l’ossessione mera chiusura nella rigidità.

Il mio articolo per Ironmanager

sabato 25 giugno 2016

Perché le persone si affidano a “diete di moda” (o diete “della Domenica”)?



Perché le persone si affidano a “diete di moda” (o diete “della Domenica”)? Per la loro reale efficacia, per le basi scientifiche, per la scelta degli alimenti oppure…
L’obiettivo, talora, non è quello di informare, ma quello di proiettare il pubblico verso un punto di vista desiderato (ad esempio concentrandosi sull’effetto finale della perdita di peso, senza menzionare le modalità, oppure solo in parte, e senza citare le conseguenze negative sul piano fisico o sulla ri-acquisizione del peso). È sempre fondamentale chiedersi se ci affidiamo ad una persona/idea per COSA viene detto, o per il COME. L’immediatezza dei messaggi suggestivi di oggi fa leva sulla naturale necessità dell’uomo di economizzare le risorse attentive (prendere scorciatoie mentali e razionalizzare il comportamento); un bravo persuasore non può decidere COSA le persone pensino, ma può decidere A COSA rivolgano il pensiero e COME: la misura dell’influenza dipende da come il ricevente interpreta e reagisce al messaggio. In psicologia della persuasione gli autori (Petty e Cacioppo) parlano di due percorsi di elaborazione: quello centrale (mediante il quale la persona valuta razionalmente la qualità dell’informazione ricevuta) e quello periferico (che invece si basa su variabili superficiali, quali le sensazioni associate con l’accettazione della soluzione presentata, che niente hanno a che vedere con la veridicità dell’informazione in quanto tale). La scelta di uno dei due percorsi dipende dalla motivazione del destinatario a RIFLETTERE sulle argomentazioni (ma ad esempio, nella sponsorizzazione di una dieta, il ricevente è ben più interessato al COSA si ottiene, piuttosto che al COME, dunque non è motivato ad elaborare le motivazioni, fin tanto che il persuasore focalizza l’attenzione sul RISULTATO, che è poi quello che interessa la maggior parte del pubblico). Quando prendiamo decisioni non razionali, valutando il messaggio in modo superficiale? Quando non abbiamo tempo, quando siamo sovraccaricati di informazioni, quando per noi non sono tanto importanti le tematiche, ma piuttosto ciò a cui determinate questioni sono finalizzate, e quando abbiamo CONOSCENZE ALTERNATIVE INSUFFICIENTI...
La credibilità del comunicatore può non essere fondamentale, quando il messaggio è forte e irresistibile, ovvero quando è vivido (emotivamente interessante, concreto, immediato). Se egli per di più appare SICURO di quello che dice risulta più attendibile. Inoltre, l’effetto della mera esposizione (Zajonc), cioè il semplice venir esposti in modo reiterato ad un determinato messaggio, fa in modo che questo si sedimenti nella nostra mente (“Quello che le masse chiamano verità sono le informazioni più familiari” Goebbels). Inoltre è bene ricordare che una lunga esposizione alla TELEVISIONE determina le immagini del mondo che ci costruiamo… Riportare poi esperienze di persone che “ce l’hanno fatta” (anche se non si hanno all’evidenza dati per valutare oggettivamente la veridicità di tali percorsi) rende vivido ed appetibile un messaggio, in quanto una persona tende a proiettarsi, grazie alle storie degli altri, in un idilliaco futuro di raggiungimento dei propri obiettivi, disegnando della propria mente la situazione tramite il racconto riportato, immedesimandosi nella situazione di partenza e “pregustando” il risultato ottenuto.
Una volta “agganciata” la persona, l’iniziale esaltazione verrà mantenuta mediante la naturale tendenza a razionalizzare (giustificare le proprie scelte) e a mantenere una coerenza interna per non cadere nella dissonanza cognitiva (se la persona si trova ad avere due cognizioni contrastanti tende a ridurre il conflitto, quando vi è in gioco la propria autostima; Festinger). Il richiedere una parcella elevata, o rateizzata nel tempo, serve a concretizzare una convinzione e a mantenerla; aderiamo a richieste sempre più onerose per essere coerenti col nostro impegno iniziale: più una persona è legata ad una scelta e più resiste alle informazioni che la minacciano. Secondo la trappola della razionalizzazione nella prima fase il persuasore stimola intenzionalmente sentimenti di dissonanza nell’individuo che minacciano la sua autostima (ad esempio etichettandolo con appellativi dispregiativi, tipo “ciccione”); successivamente viene offerta la soluzione per ridurre la dissonanza. Lo sfruttare il senso di insicurezza o le paure offrendo false speranze fa in modo che la persona cessi di interrogarsi razionalmente (le emozioni sopraffanno la capacità critica), ma agisca per azzerare la dissonanza: l’obiettivo del divulgatore è mostrarsi superiore ed equo. Carlsmith e Gross sostengono inoltre l’effetto della “colpa generalizzata”: se si viene accusati di qualcosa (ad esempio di essere grassi) la comunicazione persuasiva fa leva sul desiderio di risanare l’immagine di sé macchiata dalla colpa.
La tecnica di appoggiarsi ad un testimonial credibile, famoso e potente è ovviamente un modo per accaparrarsi la fiducia, e su questo è inutile soffermarsi. Ma è bene evidenziare che se il testimonial ha un determinato status, è possibile che vi sia un desiderio inconscio, oltre che ad ottenere il risultato propagandato, di assomigliare a quella persona su altri piani.
Uno dei modi per pre persuadere una persona è convincerla (mediante la forma con cui viene descritto un “prodotto”) che esso sia MIGLIORE, non come tutti gli altri (focalizzando l’attenzione su aspetti magari superficiali, quando all’evidenza invece la proposta non si discosta, nelle sue variabili determinanti, da quelle precedenti - ergo ipocalorica, iperproteica, selettiva nella scelta degli alimenti).
Mediante l’effetto contrasto, quando un “prodotto” è contrapposto a qualcosa di simile, ponendo il focus sull’esaltazione dei pregi del primo e sulle carenze dell’altro (concentrando l’attenzione sulla scelta/quantità degli alimenti, glissando su altre variabili che invece sono fondamentali per ottenere lo scopo prefisso, in questo caso il dimagrimento), esso risulta più convincente, anche se è a seconda del contesto che oggetti e alternative possono apparire peggiori o migliori (il giudizio è relativo, non assoluto).
Una tecnica di convincimento efficace per affermare una propria teoria è anche quella di accusare qualcun altro del “misfatto” che si sta commettendo (“tecnica proiettiva”), prima che possa avvenire il contrario (dunque affermando che gli altri, magari persone di scienza, sono ciarlatani): più studi mostrano che l’accusatore è ritenuto esente da colpa, mentre il bersaglio della proiezione diventa il capro espiatorio, nonostante vengano poi messe in dubbio le motivazioni del primo. Come disse Mark Twain, che mi sento di riportare perché calza a pennello “una bugia può fare il giro del mondo nel tempo che la verità impiega per infilarsi le scarpe”.
Un “fattoide” (affermazione di un fatto che non viene avvalorata dall’evidenza) è credibile perché esso soddisfa spesso uno o più bisogni psicologici del ricevente (la verdura fa ingrassare, i grassi fanno bene ecc..) . L’etichettare un messaggio (ad esempio tramite la dicitura filosofia…) distaccandone i “principi” da quelli scientifici (rigorosi, per i quali il dimagrimento è un percorso che implica un sacrificio in tempo e sforzo) lo avvicina all’interlocutore impegnato ad analizzare solo determinati aspetti della situazione (finalità).
Un altro “trucco” per rendere efficace un messaggio è quello di distrarre l’interlocutore anche mediante cose apparentemente irrilevanti (ad esempio uno scambio di battute in un programma televisivo), in modo da ostacolare la formulazione di obiezioni razionali (la distrazione deve essere adeguata per disturbare la formulazione di obiezioni ma non da impedire l’assimilazione del messaggio). La deconcentrazione fa aumentare l’efficacia del messaggio debole e diminuire quella della comunicazione forte.
Infine Tajfel cita inoltre un aspetto da non sottovalutare, ovvero la tecnica del Granfalloon, o paradigma del gruppo minimo (associazioni di persone prive di significato ma organizzate sull’orgoglio dell’appartenenza): il sentirsi parte di qualcosa ha la funzione di identificarsi e dare senso al mondo (le differenze tra gruppi vengono esasperate e spesso una grave conseguenza è quella di disumanizzare i membri dell’altro gruppo), inoltre i gruppi sociali sono fonte di autostima e di orgoglio (per ottenere dunque l’autostima che il gruppo offre è necessario adottarne le abitudini e le credenze). Dunque le persone tendono a valutare a prescindere in modo maggiormente positivo le persone appartenenti al proprio gruppo piuttosto che gli “avversari”. Definire i seguaci di una dieta mediante un appellativo crea un senso di orgoglio che li “delimita” e li notifica parte di un qualcosa.
Per concludere, quando veniamo attratti da una moda/idea/filosofia (in questo caso DIETA), quando ci accorgiamo che ha molti seguaci, quando è molto discussa ma altrettanto sponsorizzata, chiediamoci perché, focalizzandoci sugli aspetti che possono far leva sulla mente, ricordando che l’uomo è animale razionale… ma fino ad un certo punto.